Il più rinomato (e caustico) studioso di Mussolini

von macchiato

Vado ad Oxford per incontrare un professore australiano (ma di discendenza e formazione „cambridgiane“, questo non può essere sottaciuto) che a livello mondiale è considerato uno dei massimi storici di Mussolini e dell’Italia fascista. I suoi libri più noti, pluripremiati in Australia anche per le loro qualità letterarie, sono stati tradotti in italiano ed editi da Mondadori: Mussolini. Una dittatura italiana (2005) e L’Italia di Mussolini 1915-1945 (2009). Sta per uscire in italiano anche Rome, il suo ritratto storico di „Roma la città che sussurra“ (Rome. The Whispering City) pubblicato l’anno scorso da Yale University Press. A seguire, una storia di Venezia dal 1866, ed un libro sulla relazione di Mussolini con Clara Petacci et al…

Richard Bosworth, emerito ma prolifico professore di storia della University of Western Australia a Sidney, e dell‘University of Reading in Inghilterra, è il curatore del massiccio Oxford Handbook of Fascism (Oxford University Press, New York, 2009), e si occupa pure della futura nuova Cambridge History of the Second World War. Lo avevo già incontrato, ed ascoltato con profitto, più volte a Trento, durante un modulo sul fascismo, curato dal prof. Gustavo Corni. Ora, al Jesus College di Oxford, che per tre anni lo sta ospitando come Visiting Fellow, dopo l’intervista in inglese (della quale renderò conto tra poco in questo blog), registro pure qualche risposta „nell‘ italiano un pò cangurizzato“ come lo definisce questo professore, che comunque dimostra anche in italiano il suo gusto della polemica, oltre che dell’autoironia:

Ecco, sono Richard Bosworth, storico delle cose italiane del secolo scorso, adesso con un posto ad Oxford in Inghilterra.

Come mai Lei, australiano, si interessa tanto dell’Italia?

Francamente, questa è una domanda che normalmente non si fa a chi si occupa della storia prima dell’arrivo delle nazioni. C’è questa idea che da quando esistono le nazioni, uno storico non possa trattare la storia di una nazione che non sia la sua, questa è vista come una cosa un pò proibita, una specie di trasgressione contro le regole dei confini. Ma io non sono convinto di queste cose. Sono perfettamente contento di avere passato tutta la mia vita accademica a fare ricerca sull’Italia..

Queste nazioni giovani come lo sono sia l’Italia che la Germania magari sono un pò sensibili quando storici da paesi antichi, di grandi tradizioni imperiali pure, le fanno le pulci…

Lei viceversa, guardando gli storici continentaleuropei in generale, vede una differenza con quelli di lingua inglese?

È molto difficile generalizzare. Premetto che vengo da un paese forse più giovane dell’Italia, ma non so, il discorso nazionalistico australiano dice che noi abbiamo una storia di 60.000 anni, allora voi poveri italiani con solo tremila anni…(sorride)..insomma, è difficile dire chi sarebbero i „nuovi arrivati“ nella storia del mondo.

Ho l’impressione che non tutti gli storici d’Italia si fidano molto della storiografia anglosassone. Io penso per esempio alla prima recensione italiana del mio libro, fatta da Rosario Romeo sul Giornale era sulla politica estera italiana prima della Prima Guerra Mondiale. Lui, per i suoi motivi, mi ha chiamato uno che è entrato nella storiografia italiana da Botany Bay, ossia dal luogo dove i poveri galeotti britannici vennero trasportati a Sidney alla fine del ‚700, e non so se questa è una idea buona del mio retroterra accademica, chissà….(sorride).

Poi, ho letto anche storici come specialmente Roberto Vivarelli che per decenni ha detto che gli gli storici inglesi tuttora lavorano sempre per l’impero britannico, e che dicono cose molto superficiali verso gli italiani, e non capiscono molto. Questo non mi convince, ma posso vedere come mai: per gli storici inglesi è molto importante scrivere in una lingua che possa arrivare all’uomo della strada, di vendere qualche libro. Anche la mia esperienza come australiano che per 45 anni ogni anno è andato a Roma, un viaggio aereo di 24 ore, ed era sempre un pò difficile con i 30 libri che gli amici italiani ogni volta mi avevano dato. Loro mi hanno dato questi libri perchè nessuno li aveva comprato, questi libri non sono pubblicati per essere venduti.

Viceversa, nel mondo anglosassone i libri si scrivono normalmente per venderne qualche copia. Il capitalismo è entrato più profondamente nella scrittura degli storici di lingua inglese che non in quello della scrittura accademica italiana…

È chiaro che storici come Montanelli eccetera hanno scritto una storia più popolare per vendere al popolo. Ma Renzo de Felice per esempio, è incredibile: Io mi ricordo che leggevo credo il suo 4.volume, alla fine del 1. capitolo ho guardato alla pagina dove eravamo arrivati, e credo che era la pagina 110, un capitolo abbastanza lungo mi sono detto, ma poi ho visto che il secondo capitolo finiva a pagina 410, e allora è perfettamente chiaro che Renzo De Felice non ha scritto la storia per essere letto, non so perfettamente perchè ha scritto la storia, ma certamente non per essere letto! Forse non sono il solo ad averlo fatto, ma dopo aver letto tutta la sua biografia di Mussolini, sono molto dubitoso che ci sono tanti altri che hanno letto tutto il suo fiume di parole.

Siete proprio feroci però, prima comandate il mondo, e dopo ci umiliate pure scrivendone libri, e vendendone molto di più di tutti gli altri… Però ci consola il fatto che gli italiani, in particolare, vi leggono molto, il che vuol dire che c’è una certa apertura che forse altrove non c’è. o no? Eppoi, mi sembra che Lei in qualche modo ami l’Italia, altrimenti non gli dedicherebbe tutta una vita…

Sono molto contento della mia vita italiana..e come ho detto proprio sul mio ultimo libro su Roma, Whispering City è il titolo in inglese, e questo libro è un libro che è una specie di love story mio, perché io sono vecchio, e sono arrivato ad un momento della vita in cui uno confessa abbastanza della sua vita…e allora la mia confessione è di amare molto Roma…io spero di essere una specie di romano…

Per finire, anche sulla storia dovrei dire un’altra cosa che non ho detto prima…e questo è che in una democrazia (adesso temo un pò per la democrazia), ma in democrazia la storia dovrebbe essere sempre un dibattito, allora si dovrebbero sentire sempre tante voci, allora non c’è mai qualche grande figura, qualche specie di dittatura che avrebbe la soluzione finale per tutte le cose come Mussolini eccetera eccetera. Dovremmo essere più umili, e confessare anche che non c’è mai una grande soluzione finale, dovremmo essere più umili: noi storici possiamo anche sbagliare, noi storici possiamo anche non capire. Cerchiamo di capire, ma certamente anche di non capire…

(Fonte: audioregistrazione di http://www.faschistensindimmerdieanderen.wordpress.com con Richard J.Bosworth del 7 giugno 2012 a Jesus College, Oxford) 

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