Emilio Gentile sulla dimensione culturale del fascismo

von macchiato

Emilio Gentile è di gran lunga lo storico italiano più citato e più quotato negli fascist studies di stampo anglosassone. Per questo riportiamo oggi in lingua italiana, dalla sua definizione del fascismo in dieci punti, quella parte che forse ha più influenzato gli esperti del ramo a livello internazionale, quella che riguarda la dimensione culturale del fascismo.

Non conosciamo storico di lingua inglese che, quando scrive di fascismo, non tenga l’opera di questo allievo di Renzo De Felice molto più in considerazione rispetto a quella del maestro, autore della più monumentale e particolareggiata biografia di Mussolini che ci sia (la quale però da più di uno storico di lingua inglese viene giudicata „illeggibile“, e di tendenza troppo „assolutoria“).

Emilio Gentile ha pubblicato, oltre a tanti libri in italiano, una serie di opere in altre lingue, -e qui citiamo solo i titoli inglesi- tra cui The sacralisation of Politics in Fascist Italy, Harvard University Press, 1996; The struggle for modernity: Nationalism, Futurism, and Fascism (Italian and Italian American Studies), Greenwood Pub Group Inc., 2003; Politics as Religion, Princeton University Press, 2006; La Grande Italia: The Myth of the Nation in the Twentieth Century (George L. Mosse Series in Modern European Cultural and Intellectual History), University of Wisconsin Press, 2009; God’s Democracy: American Religion After September 11 (Religion, Politics and Public Life), Praeger Frederick, 2008.

Altrettante opere di Emilio Gentile sono uscite in francese, parecchie in spagnolo ed in altre lingue, quasi nessuna invece in tedesco – a conferma di una tradizione che tende a vedere non solo nell’olocausto, ma in tutto il nazismo una mostruosità asssolutamente unica, che non può avere in comune niente con altri fenomeni, e non permette nessun tipo di paragone.

Gentile invece, diversamente da quasi tutti i colleghi sia di lingua tedesca che di lingua italiana, e come praticamente tutti i fascistologi di lingua inglese, reputa non solo lecita, ma ermeneuticamente illuminante l’indagine comparativa tra fascismi, e la ricerca di una definizione del fascismo che guardi anche oltre l’Italia e la sua esperienza del Ventennio. Ecco la definizione gentiliana della dimensione culturale del fascismo tratta dal suo libricino „Il fascismo in tre capitoli„, ed. Laterza (2004):

Una cultura fondata sul pensiero mitico e sul senso tragico ed attivistico della vita, concepita come manifestazione della volontà di potenza; sul mito della giovinezza come artefice della storia; sulla militarizzazione della politica come modello di vita e di organizzazione collettiva.

Un’ideologia a carattere antiideologico e pragmatico, che si proclama antimaterialista, antiindividualista, antiliberale, antidemocratica, antimarxista, tendenzialmente populista e anticapitalista, espressa esteticamente più che teoricamente, attraverso un nuovo stile politico e attraverso i miti, i riti e i simboli di una religione laica, istituita in funzione del processo di acculturazione, di socializzazione e d‘integrazione fideistica delle masse per la creazione di un „uomo nuovo“.

Una concezione totalitaria del primato della politica, come esperienza integrale e rivoluzione continua, per realizzare, attraverso lo Stato totalitario, la fusione dell’individuo e delle masse nell’unità organica e mistica della nazione, come comunità etnica e morale, adottando misure di discriminazione e di persecuzione contro coloro che sono considerati al di fuori di questa comunità, perché nemici del regime o perché appartenenti a razze considerate inferiori o comunque pericolose per l’integrità della nazione.

Un’etica civile fondata sulla subordinazione assoluta del cittadino allo Stato; sulla dedizione totale dell’individuo alla comunità nazionale; sulla disciplina, la virilità, il cameratismo, lo spirito guerriero. 

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