Faschisten sind immer die anderen

comparative fascist studies on Italy and Germany

Kategorie: IT

Il fascismo in cinque parole-chiave

Fascism is the pursuit of a transcendent and cleansing nation-statism through paramilitarism.

Il fascismo è la ricerca di un nazional-statalismo trascendente e „ripulitore“ attraverso il paramilitarismo. Questa è la definizione più concisa del fascismo che abbiamo incontrato, ma anche una delle più dense ed attuali, se andiamo andare a vedere come l’autore, il famoso sociologo Michael Mann dell’UCLA di Los Angeles, spiega le cinque parole-chiave che ha usato in quella frase.

1) Nazionalismo: impegno estremo, profondo, populista, organico, integrale, e per questo „molto poco tollerante“ verso la diversità etnica o culturale, con un fortissimo senso di presunte minaccie mortali da parte di „nemici“ interni ed esterni, spesso di „razza“ diversa, dai quali la Nazione deve difendersi con estrema aggressività: mors tua, vita mea.

2) Statalismo: venerazione dello Stato, che deve impersonare una volontà ed un’autorità responsabile di tutto e di tutti, in una elite di partito total(itaria)mente dedita al principio di leadership, ed all’obiettivo di trasformazione radicale della Nazione e del mondo, soprattutto nella fase di ascesa al potere.

3) Trascendenza: l’aspirazione non ad un compromesso tra capitalismo e socialismo (ad una terza via, come sostiene Roger Eatwell), ma adandare molto oltre, con l’ambizione addirittura di creare un „uomo nuovo„. Questo è la più problematica e variabile tra le cinque parola-chiave, perché di fatto mai realizzata: questo soprattutto perché anche nei fascismi, una volta al potere, aumenta la tensione tra radicali combattenti movimentisti da una parte, e dall’altra realisti machiavellici opportunisti, più inclini a rapportarsi con le elites tradizionali.

4) Pulizia: percezione (e rappresentazione) degli avversari come „nemici“ da rimuovere, per „ripulire“ la nazione „infetta“. Questa è il culto dell’azione, dell’aggressività fascista. Quasi tutti i i fascismi, chi più (nazismo tedesco) chi meno (fascismo italiano) tendono ad andare oltre la „pulizia politica interna“, allargando le loro incursioni di „pulizia“ anche all’estero ed ad altri popoli, considerati „inferiori“, fino ad arrivare alla „pulizia etnica“ estrema (su questo fenomeno, Michael Mann è forse l’esperto di più ampio respiro mondiale, con la sua recente opera monumentale: The Dark Side of Democracy: Explaining Ethnic Cleansing). Dove prevale la pulizia etnica, sia verso l’estero che all’interno, essa tende ad essere ancor più radicale della pulizia politica: questo perché l’avversario politico della stessa etnia in teoria può essere recuperabile; l’altro invece secondo i nazifascisti è il „diverso“ per sempre, per natura, per nascita, etnia o „razza“, una specie a parte, minacciosa e pericolosa, ossia da combattere, liquidare, sopprimere.

5) Paramilitarismo: È un termine-chiave per capire sia i valori che l’organizzazione fascista. Il paramilitarismo è visto come „popolare“, „spontaneo“, vissuto „dal basso“(è questa la „qualità che distingue il fascismo da tanti altri tipi di dittatura), ma allo stesso tempo con una missione da elite, da avanguardia della Nazione. Il mito del cameratismo tra „duri e puri“, legittimati alla violenza anche illegale, forgiato in battaglia, è uno dei tratti definitori del fascismo. e della sua ambizione di forgiare un uomo nuovo fascista, una nuova elite di gerarchi, che vada molto oltre un semplice partito, ma dovrà creare e dominare uno stato autoritario ed una nazione organica, un’ordine nuovo. Mann osserva: „Il fascismo italiano fu per molti anni un’organizzazione esclusivamente paramilitare. Il fascismo si manifesta sempre in uniforme, in marce, pericoloso, armato, destabilizzatore. Il fascismo dice sempre di difendersi, ma sempre „da vincitore“. Ma la violenza paramilitare dei fascisti non è fine a se stessa, e neanche solo per intimidire ma anche per impressionare favorevolmente sia il popolo che le elites, a rafforzare continuamente la propria immagine e posizione di potere che ha anche l’ambizione di vincere le elezioni. Difatti…

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(Fonte: Michael Mann, Fascists, Cambridge University Press, 2004)

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Paragone non unilaterale, ma irrinunciabile

Lo storico britannico di orientamento marxista (non ortodosso) più citato per quanto riguarda la visuale comparativa fascismo- nazismo, è Tim Mason. Lo è soprattutto con il suo articolo Whatever happened to „Fascism“? (in: Radical History Review 49/1991, pag.89-98). Da notare che Mason, che ha vissuto gli ultimi anni della sua breve vita in Italia, ha pubblicato libri ed saggi ancor più in tedesco che in inglese. Il più comparativo è Massenwiderstand ohne Organisation, Streiks im faschistischen Italien und NS-Deutschland, in: Gewerkschaftliche Monatshefte Band 32, 1984);ed ha scritto pure in italiano, per esempio Il nazismo come professione (in: Rinascita vol. 18, 18.5.1985, pag.18-19).

L’articolo in inglese menzionato per primo è un appello appassionato e provocatorio, a resuscitare l’interesse, comparativo e vigile, per la storia e la fenomenologia fascista in generale, invece di focalizzare tutta l’attenzione sulle efferatezze naziste, razziste e genocidali. Traduciamo da quel testo dal titolo ad effetto, „Ma dov’è finito il „Fascismo?“ Termine quasi sparito dalla ricerca storica negli anni Ottanta, „dominata“ dal nazismo, si rammarica Mason)

The most extreme pecularities of German Nazism have thus slowly and silently come to dominate our moral, political and professional concerns. When referred to at all, (…) ‚Fascism‘ seemed to have become old hat.

Considerando „fuori moda“ parlare di fascismo in generale, concentrandosi solamente sull’assoluta „straordiarietà“ dell’efferatezza nazista razzista genocidale, secondo Tim Mason comporta il rischio di chiamarsi fuori dalle più fondamentali questioni morali e politiche che quel dato periodo storico solleva. „Sbattuto il mostro in prima pagina“, si dimentica il dovere dello storico, come lo interpreta Mason: quello di trarre delle conclusioni più profonde, meglio se utili ad affrontare anche il presente ed il futuro; e questo riesce solamente considerando un dato periodo storico per intero, in tutto il suo contesto, e non nel suo evento più eclatante.

Non si tratta di fare del nominalismo, continua lo storico anglo-marxista, possiamo anche rinunciare a molto di quello che intendevamo per „fascismo“, ma non possiamo rinunciare alla prospettiva comparativa, ai paragoni. „Storicizzare“ tutto può condurre al provincialismo, sostiene Mason, può diventare una ricetta „da provinciali“, anche quando a prescriverla è un maestro „impeccabile“ come Habermas:

If we can now do without much of the original contents of the concept of ‚Fascism‘, we cannot do without comparison. ‚Historicization‘ may easily become a recipe for provincialism. And the moral absolutes of Habermas, however politically and didactically impeccable, also carry a shadow of provincialism, as long as they fail to recognize that fascism was a continental pheonomenon, and that Nazism was a peculiar part of something much larger. Pol Pot, the rat torture, and the fate of the Armenians are all extraneous to any serious discussion of Nazism; Mussolini’s Italy is not.“

L’Italia Mussoliniana non si può chiamare fuori da un discorso serio sul nazismo. Timothy Mason scrisse questo poco prima della sua morte (avvenuta per suicidio, a Roma, all’età di 50 anni). Ma i suoi suggerimenti furono presto raccolti, per esempio in un convegno su Fascism in Comparative Perspective al St.Peter, il College di Oxford dove per tanti anni aveva insegnato storia tedesca ed europea, (documentato sotto lo stesso titolo da Eve Rosenhaft in German History, vol 12, no.2/1994, pp.197-202).

Nel 1996 uscì, a cura di Richard Bessel della Open University, unvolume dal titolo dichiaratamente comparatista ma anche „contrastivo“: Fascist Italy and Nazi Germany, Comparisons and Contrasts. Sempre in memoria di Tim Mason, ispirato dal suo aver spezzato una lancia a favore dei paragoni fascismo-nazismo, qui si mettono in risalto sia le notevoli affinità sia le differenze tra i due „movimenti parenti“ (anche oltre quella maggiore sul razzismo genocidale). Per esempio, il ruolo degli operai, delle donne, e del modernismo è tematizzato in ben sei dei dieci saggi che formano questo libro edito dalla Cambridge University Press.

L’introduzione di Richard Bessel, da un lato sostiene che il concetto di fascismo, che storicamente per lui ha significato guerra in tutte le salse, è da rivalutare, ridefinire, ri-generalizzare in un’ottica alquanto diversa da quella che si aveva all’epoca della guerra fredda. D’altro canto, pur senza paragoni pregiudiziali, ci ricorda che „sin dall’inizio c’erano buone ragioni perchè questi due fenomeni meritassero di essere raffrontati„:

After all, scrive:

both were radical ideological and political negations of the Enlightenment;

both came to power in countries deeply shaken by economic, political and osychological crises in the wake of the First World War;

both were militantly opposed to parliamentary democracy;

both aggressively assaulted the Left;

both glorified the role of violence in politics and war;

and both led their respective countries to ruin. 

Disorder, Decline, Deadlock – the variables of success

According to the American historian and political scientist Robert O. Paxton, fascist success depends on certain relatively precise conditions: the weakness of a liberal state, whose inadequacies seems to condemn the nation to disorder, decline, or humiliation; and political deadlock.

Every fascist movement that has rooted itself successfully as a major political contender, thereby approaching power, has betrayed its initial antibourgeois and anticapitalist program.The processses to be examined later include the breakdown of democratic regimes and the success of fascist movements in assembling new, broad catch-all parties that attract a mass following across classes and hence seem attractive allies to conservatives looking for ways to perpetuate their shalen rule…Their political successes come at the cost of the first ideological programs. Demonstrating their contempt for doctrine, successfully rooted fascist parties do not annul or amend their early programs. They simply ignore them…The two apprentices learned …by trial and error. Their adaptations to the available space undermine any effort to portray historical fascism as the consistent expression of one coherent ideology.

Which characteristics distinguished Germany and Italy, where fascism took power, from countries such as France and Britain, where fascist movements were highly visible but remained marginal? We need to recall that fascism has never so far taken power by a coup d’etat, deploying the weight of its militants in the streets. Fascist power by coup is hardly conceivable in a modern state. Fascism cannot appeal to the street without risking a confrontation with future allies -the army and the police- without whom it will not be able to pursue its expansionist goals. Indeed, fascist coup attempts have commonly led to military dictatorship rather than to fascist power (as in Romania in December 1941). The only route to power available to fascists passes through cooperation with conservative elites.

IT:È questa, e non quella del golpe, la strada maestra per arrivare al potere, e per mantenerlo: la cooperazione dei fascisti con le elites conservatrici, che devono ambedue comportarsi da „poteri flessibili“ più che da „poteri forti“…

The most important variables, therefore, are the conservative elites‘ willingness to work with the fascists (along with a reciprocal flexibility) andthe depth of the crisis that induces them to cooperate.

Neither Hitler nor Mussolini took the helm by force, even if they used force earlier to destabilize the liberal regime and later to transform their governments into dictatorships. Each was invited to take office as head of government by a head of state in the legitimate exercise of his official functions, on the advice of his conservative counselors, under quite precise circumstances:

A deadlock of constitutional government (produced in part by the polarization that the fascists abetted); conservative leaders who felt threatened by the loss of their capacity to keep the population under control at a moment of massive popular mobilization; an advancing Left; and conservative leaders who refused to work with that Left and who felt unable to continue to govern against the Left without further reinforcement.

IT: Storicamente, i leader fascisti che arrivano al potere, sono condannati a governare in associazione con le stesse elites conservatrici che hanno loro aperto le porte. Ne consegue una lotta a quattro tra il leader, il suo partito (con le più diverse richieste dei militanti), gli apparati dello Stato e le elites tradizionali (chiese, forze armate, professionisti, imprenditori). Questa quadrupla tensione porta spesso ad uno stile di governo febbrile, diverso da quello dai regimi autoritari (dove il partito unico non c’è più, o conta poco) e dallo Stalinismo (dove le elites tradizionali non ci sono più). L‘autoritarismo preferisce una popolazione smobilitata, mentre il fascismo, superiore nel creare e manipolare entusiasmi, fa breccia nella classe operaia. Mentre i regimi autoritari accettano qualche limite al potere dello Stato e lasciano qualche spazio privato ai singoli ed a certe istituzioni e categorie, i regimi fascisti sono molto più severi (anche se in parte solo a parole).

The exercise of power involved the same elements in Mussolini’s Italy as in Nazi Germany. It is the balance between the party and traditional institutions that distinguishes one case from the other. In Italy, the traditional state wound up with primacy, largely because Mussolini feared his own most militant followers, the local ras and their squadristi. In Nazi Germany, the party came to dominate, especially after the war began.

Focus on processes and discrimination among stages -this article’s principal methodological proposals- casts a clarifying light on many specialized themes in the study of fascism.

Having picked fascism apart, have we escaped from the nominalism of the „bestiary“ only to fall into another nominalism of processes and stages? Where is the „fascist minimum“ in all this? Has generic fascism evaporated in this analysis? It is by a functional definition of fascism that we can escape from these quandaries.

Fascism is a system of political authority and social order intended to reinforce the unity, energy, and purity of communities in which liberal democracy stands accused of producing division and decline.

Its complex tensions (political revolution versus social restoration, order versus aggressive expansionism, mass enthusiasm versus civic submission) are hard to understand solely by reading its propaganda. One must observe it in daily operation, using all the social sciences and not only intellectual-cultural history, and, since it is not static one must understand it in motion, through its cycle of potential (though not inevitable) stages.

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(All quotes from: Robert O. Paxton, The Five Stages of Fascism, The Journal of Modern History, Vol. 70, No. 1. (Mar., 1998), pp. 1-23, The University of Chicago Press: http://w3.salemstate.edu/~cmauriello/pdfEuropean/Paxton_Five%20Stages%20of%20Fascism.pdf = http://links.jstor.org/sicisici=00222801%28199803%2970%3A1%3C1%3ATFSOF%3E2.0.CO%3B2-3)

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Storia di Führer, di Duce, o di chi?

Dopo aver reso conto del pensiero del famoso storico inglese Ian Kershaw sulla autorità- dominazione carismatica spiegabile più da basso in alto che non dall’alto in basso, riassumiamo ora le sue conclusioni dopo aver studiato a fondo le condizioni di funzionamento (per alcuni anni) di un mito come quello di Hitler:

L’unità nazionale, istituzionalizzata solo pochi decenni prima della Grande Guerra, era rimasta superficiale, con le varie divisioni e frammentazioni interne tuttora forti.

Immense aspirazioni ad un ruolo da potenza mondiale fecero a pugni con i modesti risultati ottenibili dal paese sul campo delle relazioni internazionali.

L’unità nazionale venne non solo enfatizzata esageratamente, ma anche strumentalizzata: da un lato per liquidare nemici interni (con effetti controproducenti), dall’altro per coltivare ambizioni espansionistiche e sempre più imperialistiche (ma rovinosamente frustrate).

Crescente frammentazione e decadenza della politica verso un lobbyismo ed un clientelismo che sempre più delegittimò lo stesso sistema statale, discreditò totalmente il pluralismo politico, e spianò la strada ad una nuova specie di unità politica personalizzata in una guida ‚carismatica‘.

In quelle condizioni, si sentì il „bisogno“ di uno „salvatore della patria„, con potere e responsabilità sue personali, che spazzasse via le cause della miseria ed il grigiore di politici e burocrati, per imporre la sua volontà personale alla Storia.

Lui più di tutti si rese conto che la forza del regime dipendeva, come sottolineò, „non solamente dalla polizia segreta“, ma dalla sua popolarità personale, „integratrice“ delle masse popolari.

Per durare nel tempo, questo entusiasmo e spirito di sacrificio popolare richiedeva una costante mobilizzazione psicologica attorno a dei „successi“ in continuità, p.es. attraverso dei referendum.

Idee come lo spazio vitale, l’espansionismo senza limiti e la lotta contro gli ebrei dovevano servire da panacea per tutti i mali nazionali e frustrazioni personali.

L’immagine del leader integrò e sprigionò enormi energie di attivisti fanatici ed idealisti, lanciandoli verso grandi mete ed orrizonti, legittimando azioni contro i „nemici dello Stato“.

Mentre non solo grandi masse ma anche settori dell‘intellighenzia furono attratti dal carisma del cesarismo, le elites tradizionali si allinearono più per pragmatica considerazione del potere.

Sottovalutando gli elementi ‚cesaristici‘ alla base del carisma di massa, le elites tradizionali non si resero conto che stavano non aumentando ma minando il proprio potere di interdizione.

Lo stesso protagonista del mito dovette corrispondere, illudendo anche se stesso, all’immagine di onnipotenza ed onniscienza costruitagli addosso da una devozione e venerazione quasi religiosa.

Questa è la parafrasi, tradotta nel nostro italiano di alcune conclusioni alle quali perviene il famoso storico britannico Ian Kershaw, in un suo libro sul mito di Hitler. Ecco la risposta alla nostra domanda iniziale: qui si parla di Hitler. Ci siamo permessi la libertà di „purgarne“ il nome ogni qualvolta che Kershaw lo menziona qui, sostituendolo con „leader“ o simili espressioni. Questo per facilitare riflessioni più generali, non „germanocentriche“, „adolfocentriche“ od in altro modo „etnocentriche“, rendendoli così, speriamo, ancor più attuali e stimolanti anche per altri paesi, a cominciare dall’Italia.

C’è una conclusione? Dal passato di cui sopra, si possono dedurre utili lezioni per il futuro delle nostre democrazie e per la prevenzione di altre dittature? Ecco la risposta, moderatamente ottimista e pacatamente profetica, data da Ian Kershaw in tempi ancora un pò diversi dai nostri, nel 1987:

Solamente una crisi di proporzioni inconcepibilmente devastanti -come in seguita ad un’altra grande guerra- potrebbe minare e distruggere le esistenti strutture politiche pluraliste a tal punto da far apparire una nuova forma di leadership carismatica con connotazioni fasciste come una soluzione possibile ed attraente a notevoli segmenti di popolazione.(…)“

„A parte circostanze oltre la nostra realistica imaginazione, è difficile vedere come possibile una resurrezione od una nuova variante di un mito leaderistico così potente da captare l’imaginazione di millioni di persone. Antichi miti vengono però rimpiazzati da nuovi miti, e la combinazione di tecnologie moderne e tecniche di marketing avanzate stanno producendo esempi minori di culto della personalità sempre più elaborati e sofisticati, mirati ad offuscare la realtà tra gli ignoranti e gli ingenui, anche nelle democrazie di tipo occidentale.“

„Fu alto il prezzo pagato per aver abdicato alle responsabilità democratiche ed essersi fidato acriticamente ad una ‚ferma leadership‘ di un’autorità politica apparentemente ben intenzionata. Anche se il collasso e la ricaduta in nuove forme di fascismo sono improbabili per natura in tutte le democrazie occidentali, la massiccia estensione dei poteri dello stato moderno verso i loro cittadini è di per se una ragione sufficiente per svilluppare il livello più alto possibile di educato cinismo e di vigilanza critica, la sola protezione contro l’immagine-marketing dei presenti e futuri pretendenti alla ‚leadership‘ politica.“

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(Fonte: Ian Kershaw: The ‚Hitler Myth‘. Image and Reality in the Third Reich, Oxford University Press, 1987, reissued 2001, pp. 253-269, N.B. traduzione di faschistensindimmerdieanderen)

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La straordinarietà carismatica secondo Kershaw

Ian Kershaw è famoso come autore della più acclamata biografia di Hitler, e non per paragoni o pregiudizi su quello che nazismo e fascismo possono o no avere avuto in comune. Proprio per questo ci aspettiamo qualche lume al riguardo, e lo cerchiamo prima di tutto nel suo libro di quindici anno fa sul „mito di Hitler“. Ecco alcune parole-chiave, riflessioni e conclusioni alle quali perviene Kershaw. Vediamo se c’è qualcuna riferibile non solo alla Germania ed il suo „Führer“, ma anche utile a spiegarci, nell’ottica bipartisan dello storico britannico, qualcosa dell’Italia del mitico „Duce“. A cominciare dall’innegabile consenso, e dal tipo di „carisma“ ad ambedue attribuiti:

La persona del leader fu il focus non solo di grande consenso ma di adorazione ed adulazione da partedi milioni di connazionali anche non impegnati ideologicamente.

Le ossessioni ideologiche del leader stesso non spiegano in modo soddisfacente lo straordinario magnetismo del suo appeal popolare, come se riuscisse a „rivitalizzare“ il paese.

Le fonti di questa immensa popolarità vanno cercate „in quelli che lo adoravano più che nel leader stesso“ (T.W.Mason): più nella immagine che nella realtà del personaggio.

Seguendo Gustave Le Bon sulla „manipolabilità pressocché illimitata delle masse“, il leader sa: più forti le contraddizioni, più deve propagare e ritualizzare il mito, approfondire il legame affettivo.

Applichiamo il concetto dell‘autorità carismatica, che accanto a quella „tradizionale“ e quella „legale“, è uno dei tre „tipi ideali“ individuati da Max Weber:

Il carisma è un tipo di dominazione straordinaria, instabile, non duratura, che tende a spuntare in condizioni ritenute straordinariamente critiche – ed a soluzioni straordinariamente „emergenziali“.

L’autorità carismatica deriva dalla percezione di eroismo o di carattere esemplare di un leader considerato straordinario, dotato di facoltà e poteri eccezionali, se non supernaturali.

L’unica cosa importante è come quell’individuo appare alla percezione di chi è soggetto all‘ autorità carismatica, dai suoi ’seguaci‘ o ‚discepoli‘.

La loro lealtà dipende da una dinamica di successo continuo (apparente). Il carisma è fatalmente minato da insuccessi, fallimenti, sconfitte. Ma è anche minacciato dalla routine.

Questa reinterpretazione dell’autorità carismatica di Max Weber, qui sommariamente descritta come applicata da Ian Kershaw a Hitler, ha esercitato una forte influenza sugli sforzi più recenti della continua Vergangenheitsbewältigung (elaborazione-superamento del proprio passato) da parte della storiografia, politologica, sociologica, antropologia ecc. in lingua tedesca.

Anche ricercatori italiani, e di altri paesi, possono trarre profitto, e profilo sovranazionale, da una aumentata attenzione per questa specie di „generalizzazione“, distaccata ma approfondita, su concetti come il potere carismatico di passati presenti e futuri „grandi“ leader, Führer, Duci eccetera.

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(Fonte: Ian Kershaw: The ‚Hitler Myth‘. Image and Reality in the Third Reich, Oxford University Press, 1987, reissued 2001, pp.1-10, N.B. traduzione di faschistensindimmerdieanderen)

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Quanti francesi tra i (presunti) antenati…

Kevin Passmore dell’Università di Cardiff, autore del conciso libretto Fascism: A very Short Introduction (OUP, 2002) inaugura anche la prima parte dell‘Oxford Handbook of Fascism (quella sulle idee „protofasciste“) con un saggio del quale approfittiamo per andare brevemente alle radici ideologiche che i fascismi europei, visti dal Galles, hanno in comune.

Se il fascismo si cristallizzò in Italia, lo fece perchè lì le circostanze lo permisero, non perchè ideologicamente predestinato a nascere lì, sostiene Passmore: tendenze proto-fasciste ce n’erano state in più paesi europei, anche prima del 1914. Durante la guerra si radicalizzarono e si perpetuarono poi in linguaggi e realtà da guerra civile. Le ideologie fasciste furono sintesi, agglomerati di idee prese da fonti diverse. Passmore le raggruppa più o meno così:

Tra ’sacralizzazione della politica‘ e ‚religione politica‘: Impulsi che contribuirono alla violenza ed alla natura „escludente“ del fascismo, come alla sua raccapricciante prontezza nel giustificare i mezzi con i fini. Tendenze già presenti, in forme molto diverse, per esempio nella rivoluzione francese, nel romanticismo germanico, nel risorgimento italiano.

Tra Illuminismo e Romanticismo, tra Ragione di Stato ed Imaginazione al Potere, tra Jean-Jacques Rousseau (‚religione civica‘ pedagogica e propedeutica alla ‚volontà generale‘) e Gottfried Herder (primato dell‘ etnicità rispetto all’uniformità), tra filosofi e poeti, tra scienziati ed intellettuali, tra positivisti ed antipositivisti, tra ideologhi nazionalisti ed universalisti, tra rivoluzionari di destra e di sinistra, tra progressisti conservatori e reazionari, tra socialisti ed elitaristi, tra anarchici e liberali – ci sono moltissimi nomi molto diversi (ma quanti francesi!) tra i presunti antenati ideali sia del fascismo italiano che del nazismo tedesco.

Gustave Le Bon, Georges Sorel, Arthur de Gobineau, Friedrich Nietzsche sono menzionati più frequentemente (anche da altri storici anglofoni) come i più influenti tra i pensatori pregressi, ai quali -verosimilmente loro malgrado- più si sarebbero ispirati sia il fascismo che il nazismo.

Il name-dropping britannico attorno alle radici ideologiche paneuropee dei fascismi comprende una lunga lista di nomi in parte sorprendenti, in parte raramente menzionati nel nostro contesto italo-tedesco: Darwin, H.S. Chamberlain, Durkheim, Bergson, Duhem, Poincaré, Lamarck, Lagarde, de Tarde, Les Blanquistes, Boulanger, Peguy, Taine, Lenin, Marx, Ranke, Wagner, E.Mayer. W.Schallmeyer. E.Haeckel, Class, Hellwald, e poi Mazzini, Mosca, Pareto, Sighele, P.Rossi, Mantica, Corradini, Lombroso, Marinetti, Prezzolini, Papini, D’Annunzio, G.Gentile…

Questa lista ci ricorda, tra l’altro, che il fascismo ha elementi in comune con altre ideologie, anche apparentemente opposte. Anche per questo risulta così multiforme e difficile da definire.

Come si vede, l’ideologia fascista non fu prodotta „autarchicamente“ da una specifica tradizione nazionale. Nè solo made in Italy, nè solo made in Germany, quindi – almeno per quanto riguarda il pensiero protofascista.

Wagner ricevette Gobineau nella sua residenza veneziana, racconta Passmore – e D’Annunzio scoprì Nietzsche in traduzione francese nella Revue blanche

„Tutto il mondo è paese“?

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(Fonte: Kevin Passmore: The Ideological Origins of Fascism before 1914, in: The Oxford Handbook of Fascism (ed.by R.J.B. Bosworth), Oxford University Press, New York, 2009, pp.11-31)

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Die meistdiskutierte Definition des Faschismus Fascismo generico: la definizione più discussa

1991 prägte Roger Griffin (mit dem wir ein langes Gespräch geführt haben, das wir in diesem Blog vom 5. bis 7.Juli wiedergegeben haben) jene Ein-Satz-Definition des Faschismus, die seitdem unter Fachleuten die meistdiskutierte ist:

Fascism is a genus of political ideology whose mythic core in its various permutations is a palingenetic form of populist ultra-nationalism.

DE: Faschismus ist eine Art politische Ideologie, deren mythischer Kern in ihren verschiedenen Abwandlungen in einer palingenetischen Form eines populistischen Ultranationalismus besteht.

IT: Fascismo è una specie di ideologia politica il cui nucleo mitico consiste, nelle sue varie permutazioni, in una forma palingenetica di ultranazionalismo.

Seit Roger Griffins Buch The Nature of Fascism (1991) inspirieren bzw. provozieren seine zahlreichen Schriften allem Anschein nach mehr als alle anderen, sei es zum Weiterdenken, sei es zum Widerspruch. Zu letzterem reizt nebenbei sein Anspruch, einen new consensus eingeleitet zu haben. Diesen Konsens wollen andere so weder erkennen noch nachvollziehen. Griffin versteift sich jedoch nicht auf seine ursprünglichen Formulierungen, sondern vertieft bzw. überhöht seine Theorien auch philosophisch weiter. In seinem Werk Modernism and Fascism (2007) bereichert er seine Neudefinition des Faschismus (diesmal in zwei Sätzen) um dessen Verhältnis zur Moderne, zur Transzendenz und zum Totalitarismus:

Fascism is a form of programmatic modernism that seeks to conquer political power in order to realize a totalizing vision of national or ethnic rebirth. Its ultimate end is to overcome the decadence that has destroyed a sense of communal belonging and drained modernity of meaning and transcendence and usher in a new era of cultural homogeneity and health.

DE: Faschismus ist eine Form von programmatischem Modernismus, der politische Macht erobern will, um eine totalisierende Vision einer nationalen oder ethnischen Wiedergeburt zu verwirklichen. Seine oberstes Ziel ist die Überwindung des Verfallserscheinungen, die das Gefühl der Zugehörigkeit zu einer Gemeinschaft zerstört sowie die Modernität jeglichen Sinns und jeglicher Transzendenz entleert haben sollen, sowie die Einleitung eines neuen Zeitalters kultureller Gleichartigkeit und Gesundheit.

IT: Fascismo è una forma di modernismo programmatico che cerca di conquistare potere politico per realizzare una visione totalizzante di rinascita nazionale o etnica. Il suo fine ultimo è il superamento della decadenza che avrebbe distrutto ogni senso di appartenenza comunitaria e svuotato la modernità di ogni significato e transcendenza, e l’inaugurazione di una nuova epoca di omogeneizzazione e salute culturale.

(N.B.: Freie Übersetzung ins Deutsche und Italienische durch faschistensindimmerdieanderen)

Tre strategie per cinque tappe fasciste

Robert O. Paxton è uno storico e scienziato politico della Columbia University di New York, esperto sia del regime collaborazionista di Vichy che di Anatomia del Fascismo. Così si chiama l’edizione spagnola di un suo libro importante del 2004 (The Anatomy of Fascism). Quella italiana invece, è intitolata molto diversamente:“Il fascismo in azione. Che cosa hanno veramente fatto i movimenti fascisti per affermarsi in Europa.“ Ma questo non vuol dire che Paxton sia indulgente con il fascismo, anzi, è solo controcorrente: scrive dei fascismi al plurale, perchè il suo approccio è assolutamente comparativo, ma soprattutto è più pragmatico e meno teorico di altri. In seguito traduciamo a modo nostro, parafrasando e semplificando, alcuni stralci di un suo articolo sul Journal of Modern History:

Il fascismo è niente di meno che la novità politica più originale del Ventesimo Secolo.

Ha raccolto forti consensi attorno a dittature dure, violente, antiliberali ed antisocialiste.

Se non siamo capaci di esaminare, generalizzare e sintetizzare i vari fascismi, rischiamo di non capire né questo secolo né quello che seguirà.

Ma sintetizzare il termine fascismo a livello academico è molto difficile. Il fascismo è come la pornografia, si spinge a sostenere Walter Laqueur: „E`difficile -forse impossibile– trovarne una definizione che abbia valore operativo e legale“ . E la definizione del fascismo si complica ulteriormente per due errori comuni a molti ricercatori:

A) Il primo errore: trattare il „fascismo generico“ come un’ideologia statica. A parte alcune notevoli eccezioni, se ne cerca un’improbabile essenza fissa, il famoso fascist minimum.

B) In secondo luogo, i fascismi vengono esaminati in maniera troppo isolata, senza tener conto sufficientemente degli spazi politici sociali culturali in cui navigano.

Questi due errori comuni producono quello che si potrebbe chiamare un „bestiario“ del fascismo, simile a quei sforzi medievali di catalogare i mostri, raggruppandoli secondo certi loro tratti salienti.

Possiamo andare oltre questo approccio adottando tre semplici strategie dello storico:

1) studiare il fascismo in motion, in movimento, guardando più ai processi che alle „essenze“.

2) studiare il fascismo in context, analizzando ancor più compiutamente il contesto, la società civile, le interazioni con complici ed avversari ecc.

3) studiare la sconcertante multiformemalleabilità dei vari fascismi nel tempo e nello spazio geopolitico.

Paragonare è un modo di ragionare, più che una metodologia:

Comparison is „a way of thinking more than a method“.

The most significant differences that comparison reveals to us concern the setting as much as the character of the fascist movements. This seems to be a quite fundamental principle of good comparative method. The description of fascist movements in isolation does not explain much.

Ed i confronti sono molto specialmente illuminanti quando parliamo di fascismo: perchè tutte le società ne ospitano almeno qualche traccia: paragonare casi specifici aiuta ad identificare i principali fattori di successo od insuccesso.

Non volendoci limitare a distinguere cronologicamente solo due forme di fascismo, un fascismo-movimento, seguito da un fascismo-regime, possiamo distinguere cinque tappe:

1) la creazione di movimenti fascisti;

2) il loro radicamento come partiti in un sistema politico;

3) la presa del potere

4) l‘esercizio del potere

5) la radicalizzazione, o entropia .

Un certo protofascismo lo si riscontra in tutti gli stati moderni, dopo la prima guerra mondiale. Le origini del fascismo non sono localizzabili in una storia intellettuale di una nazione soltanto. Germania post-illuminista a parte, è la cultura francofona quella che ha prodotto più maitre à pensér al riguardo. Ma studiando il Ku Klux Klan, nato prima del 1870 nel sud degli Stati Uniti,

si trovano buone ragioni per sostenere che il primi a comportarsi da fascisti furono proprio loro. Considerando che i fascismi nascono solitamente come reazioni a dei (percepiti) fallimenti delle democrazie, non c’è da sorprendersi che siano nati proprio nelle due democrazie più precoci, quella americana e quella francese. Ci si può chiedere, piuttosto, perchè storicamente non è lì che hanno avuto più successo. Da un punto di vista preventivo, i raffronti più istruttivi sono quelli anche con altre situazioni dove il fascismo non ce l’ha fatta. È lì che possiamo spingerci a generalizzare un pò:

Success depends on certain relatively precise conditions: the weakness of a liberal state, whose inadequacies seems to condemn the nation to disorder, decline, or humiliation; and political deadlock.

N.B. redazionale: Allora, in fondo non ci è voluto tanto per l’ascesa dei fascismi al potere: Indebolimento di uno stato liberale, le cui inadeguatezze sembrano condannare la nazione al disordine, al declino, all’umiliazione – ed un mondo politico autobloccatosi in un vicolo cieco.

Meno male che non stiamo parlando del 2012…

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(Fonte, tradotta da faschistensindimmerdieanderen: Robert O. Paxton, The Five Stages of Fascism, The Journal of Modern History, Vol. 70, No. 1. (Mar., 1998), pp. 1-23, The University of Chicago Press: http://w3.salemstate.edu/~cmauriello/pdfEuropean/Paxton_Five%20Stages%20of%20Fascism.pdf = http://links.jstor.org/sici?sici=0022-2801%28199803%2970%3A1%3C1%3ATFSOF%3E2.0.CO%3B2-3)

Ogni fascismo è razzista (a modo suo)

„Fascismo, un approccio a tre dimensioni“, questo è, a nostra sorpresa, l’unico testo di Roger Eatwell tradotto in italiano, secondo una nostra breve ricerca. Lo si trova, assieme ad un ventaglio di altri „fascistologi“, tra cui alcuni già citati a lungo in questo nostro blog (Emilio Gentile, Roger Griffin, Stanley Payne) nel volume curato da Alessandro Campi „Che cos’è il fascismo? Interpretazioni e prospettive di ricerca„, ed. Ideazione, 2003.

Qui però lo citiamo con il suo contributo (non ancora stampato e tantomeno tradotto, fino ad oggi) sul controverso tema Fascism and Racism in The Oxford Handbook of Nationalism, un volume a cura di John Breuilly annunciato per il 2013 (come pure The Oxford Handbook of Ideologies, a cura di M.Freeden, dal quale l’altro ieri abbiamo offerto in inglese, e tradotto in tedesco -per colmare la altrettanto strana quasi-assenza delle tesi di Eatwell anche in quella lingua- un altro saggio dello stesso autore, dedicato al Fascismo tout court).

Eatwell è ritenuto uno dei massimi esperti di analisi e storia comparata dei fascismi europei. Il suo libro „Fascism – A History“ è un classico tra gli studenti anglofoni del ramo; la riedizione più recente è del 2003. Il prof. Eatwell insegna Scienze politiche e presiede alla Facoltà di Humanities and Social Sciences dell’Università di Bath, la città inglese che ha l’aspetto più „romano“ di tutte le altre – e che ospita una delle università più in ascesa nella percezione pubblica.

Nel volume in preparazione per le stampe della Oxford University Press, Eatwell tratta di „Fascismo“ con la „F“ maiuscola (quello originario italiano, secondo la consuetudine ortografica degli anglofoni) sotto il profilo delle sue tendenze razziste, scorgendovi parallele e parentele anche strette con altri fascismi (tedesco, rumeno ed ungherese), mantenendo le debite (equi-)distanze. Eccone i lunghi stralci che ci premeva tradurre nel nostro Italiano (che non è perfetto) per questo blog:

„Molti storici hanno sottolineato le differenze piú che le parentele tra i vari fascismi. Il regime nazista in particolare, è stato largamente descritto come ‚senza precedenti o parallele‚, per via del suo razzismo biologico, culminato nel barbaro espansionismo negli stati slavi e nell‘Olocausto.

Negli anni Novanta, una ’svolta culturale‘ nella storiografia ritrasse ‚un fascismo generico‘ come forma distinta di una ideologia nazionalista rivoluzionaria, una concettualizzazione che permise di ‚reinterrare‘ il Nazismo nel Pantheon fascista. Allo stesso tempo si affermò l’idea che il fascismo fosse una specie di ‚religione politica‘, il che aiuta a spiegare il consenso, ed in particolare il fanaticismo che lo caratterizzò. Ma questa è un enfasi unilaterale, che trascura la maggiore dimensione economica dell’ideologia e propaganda fascista, da ‚terza via‘, oltre che il ruolo dei motivi economici nell’Olocausto.“

„Anche nel nuovo millennio, molti storici continuano a sostenere che il razzismo nazista rese quest’ultimo del tutto sui generis. È senz’altro importante non sottovalutare le specificità dei fascismi. Ma è pure appropriato che una crescente schiera di storici transnazionali rilevi le somiglianze generali, ed anche genocidali, del colonialismo moderno. Anzi, l’impatto dell’espansione delle grandi potenze è uno degli aspetti più sottovalutati del pensiero fascista.“

„Che la violenza fosse necessaria per imprimere una direzione alla Storia, era forse la costante più importante del pensiero di Mussolini…Un’altra sua ferma convinzione riguardava l’importanza di una guida dinamica e carismatica, di un leader da venerare agiograficamente, e da rinforzare con cerimonie pubbliche e marce…“

„Mussolini scrisse nel preambolo al programma fascista del 1921 che la Nazione è la suprema sintesi di tutti valori materiali ed immateriali della razza. Anche se nelle sue parole c’era spesso commistione tra l’uso di ‚razza‘ e ’nazione‘, Mussolini vedeva la stirpe italica sostanzialmentalmente derivata dall‘espansione storica piuttosto che da una razza singola. Nel 1932, egli arrivò a negare l’esistenza di ‚razze biologicamente pure‘.“

„Mussolini fu peró anche influenzato da punti di vista eugenetici circolanti agli inizi del ‚900, che portarono a sostenere i tassi di nascita anche per essere meglio preparati a delle guerre…L’eugenetica spingeva anche a temere la commistione razziale all’estero, paure che si acuirono dopo la brutale soppressione italiana della resistenza libica e la conquista dell’Abessinia.“

„Dopo la presa del potere del Fascismo, contro i resistenti (africani) ci fu una guerra senza esclusione di colpi, incluse tattiche come l’avvelenamento dei pozzi ed il concentramento di civili in appositi campi. Fino al 1931, la resistenza era spezzata, con molti morti. Ma dopo, il governatore-generale Italo Balbo promise uguaglianza di diritti per gli autoctoni. Ci furono investimenti e strutture sanitarie per loro. Mussolini adottò perfino il titolo ‚Protettore dell’Islam‘, e nel 1937 nella capitale libica, con gesto tipicamente flamboyant, si fece regalare una ‚Spada dell’Islam‚.“

„Anche in Abissinia, dopo la conquista del 1935, che comportava tattiche come l’uso di gas tossici, si cercò di promuovere istituzioni islamiche, soprattutto per corteggiare l’opinione islamica in funzione degli interessi italiani, cercando di destabilizzare quelli britannici ed francesi, in Africa e nel Medio Oriente…Ma l’opposizione britannica e francese alla guerra d’Abissinia rafforzò l’amicizia tra i due stati fascisti, come pure il patto Anti-Comintern tra Germania e Giappone. Poco prima c’era stata la prima visita di Stato di Mussolini in Germania. E nel 1938 Hitler venne omaggiato a Roma, dopo che l’Italia aveva accettato l‘Anschluss dell’Austria, in marzo.“

„Le nuove leggi razziali, messe in atto nel corso del 1938, sono state spesso viste come prova della crescente influenza nazista sul Fascismo. Essa comportava la pubblicazione di un manifesto di scienziati razziali, una carta della razza, e la pubblicazione de La Difesa della Razza. Il primo numero di questo giornale patinato mise a confronto, in prima pagina, un profilo ‚romano‘ con uno ‚ebreo‘ ed uno ’negro‘ (’separandoli‘ con un colpo di sciabola dall’alto in basso). Nuove leggi sbarrarono agli ebrei l’accesso a molte posizioni; furono vietati i matrimoni con ‚veri italiani‘; la proprietà di ebrei potè essere confiscata.“

„La nuova politica razziale non fu la completa rottura con il passato descritta da alcuni. Nonstante avesse avuto per molti anni una amante ebrea, Mussolini si preoccupò del ‚potere ebreo‘ sin dal 1914, una preoccupazione che si acuì con la sua convinzione, dopo l’imposizione di sanzioni per l’invasione dell’Abessinia, che l“ebraismo mondiale‘ fosse il cuore dell‘ ‚anti-fascismo‘, e fosse tramando contro l’Italia, come contro la Germania. D’altro canto, mentre alcuni fascisti di punta come Roberto Farinacci espressero sin dall’inizio apertamente sentimenti anti-semiti, la maggioranza non lo fece affatto. Addirittura, dei 40-50.000 ebrei d’Italia, un numero relativamente alto aderì al Partito Fascista…“

„Le leggi razziali del 1938 vanno inquadrate nel contesto più ampio degli atteggiamenti verso nazione e razza. Ci furono indubbiamente fascisti che anche molto prima del 1938 nutrirono concetti simili al nazismo. Per esempio, ci sono parallele tra i fascisti che celebrarono una mistica relazione tra il popolo e la terra che abita (strapaese), ed i nazisti che esaltarono il legame tra Blut und Boden, ossia razza dello stesso sangue, e terra da lei presa in possesso.“

„Parallele ancor più marcate si intravvedono nella nozione geopolitica che l’Italia avesse diritto ad andare a trovarsi uno spazio vitale, ela Germaniaa definire un suo Lebensraum. Tra alcuni scienziati ci furono anche chiare affinità con il razzismo biologico nazista, specialmente per quanto riguarda temi connessi con l‘eugenetica ’salutista‘ (d’altronde, queste erano preoccupazioni largamente diffuse negli ambienti scientifici post-ottocenteschi europei ed americani).“

„Ma il filone principale del pensiero academico razziale italiano era influenzato da fattori culturali più che biologici. Da questo punto di vista, si ridicolizzava l’uso del termine „ariano“ in un contesto razziale, e si prendevano in giro i nordici, mettendo in contrasto le imprese della Roma Antica con quelle dei ‚barbari germanici‘. Diversamente dal determinismo biologico nazista, generalmente questi italianisti sostennero un razzismo spirituale, che sottolineava l’impatto dell’ambiente, o esaltava la razza mediterranea come prodotto superiore, anche e proprio in quanto ‚miscelato‘. Gentile celebrava il potere dello Stato ‚totalitario‘ di creare sia un uomo nuovo che un ordine nuovo, ma sosteneva che la nazionalità fosse in definitiva una scelta di tipo morale. Gentile rigettò l’idea che la biologia potesse forgiare il destino personale o nazionale, considerandola sia epistemologicamente sbagliata che moralmente ripugnante.“

„Ci fu anche un’opposizione molto forte alle leggi razziali da parte di alcuni gerarchi fascisti come Balbo. Egli oppose l’adozione di leggi anti-semite in Libia in parte per l’importanza di ebrei nell’economia, ma più in generale perchè questo germanofobo nutriva obiezioni di principio. Anche la maggior parte degli italiani sembra siano stati contrari alle misure razziali del 1938 ed a legami più forti con la Germania. Questo aiuta a spiegare perchè alla maggioranza degli ebrei residenti in Italia è stata risparmiata la truce sorte di coloro che vissero nella parte dell’Europa occupata dai nazisti tra il 1939 ed il 1945.“

„Ciònonostante, è importante sfidare l’antico mito del buon italiano (italiani brava gente), per sua natura umanitario e resistente a leggi illegittime. Mentre l’antisemitismo non aveva alcun ruolo nella ascesa del movimento, molti italiani furono però chiaramente felici partecipi dell’espansione coloniale in Africa. Inoltre, una estesa propaganda antisemita sembra esercitare qualche effetto sugli atteggiamenti delle persone. Questo era particolarmente il caso nel periodo agonizzante della Repubblica di Salò di Mussolini dopo il 1943, quando il ‚Duce‘ cercò di rilanciare una versione più radicale del fascismo, in mezzo al caos della guerra. Solitamente furono le truppe tedesche a rastrellare gli ebrei da deportare. Ma fascisti vi parteciparono spesso, e molti italiani apparvero indifferenti al destino dei loro connazionali.“

Conclusione

„Un rinomato studioso del nazionalismo ha sostenuto che il nazismo non può essere considerato un membro della ‚famiglia‘ nazionalistica perchè ambiva ad un ordinamento razziale ‚ariano‘, molto più esteso rispetto ai confini della Germania prima del 1914, andando perfino molto oltre le parti germanofone dell’ex-Impero Austro-Ungarico. Ma come dimostrano le nostre ricerche sui casi specifici, le linee di demarcazione tra nazionalismo e razzismo sono complesse e fluide. Hitler fu sia nazionalista che razzista…Più tardi, Mussolini si volse contro gli ebrei tra l’altro anche perchè si era convinto che l’Italia come nazione ancora non ci fosse realmente, e che bisognasse forgiarla attraverso la creazione di un ‚uomo nuovo‘ fascista, destinato ad assicurare l’egemonia su un nuovo impero dell’Italia, per suggellarne lo status di grande potenza.

„Maurice Bardèche,…uno dei rari intellettuali che dopo il 1945 accettarono l’etichetta di ‚fascista‘,… cercando di riabilitare il movimento nella sua originaria forma italiana, ha giustamente sottolineato che non c’è un nesso logico inevitabile tra fascismo ed ostilità agli ebrei. Egli tralascia però la tendenza a ricorrere all’antisemitismo in situazioni critiche. Oltretutto, mentre ci sono state forme di fascismo che non si diedero all’espansione militare, tutti i fascismi videro nella guerra tra nazioni e razze una forza determinante della Storia– quella dove si rivelano i popoli più addatti al comando degli altri.

„In questo senso, fascismo e razzismo sono intimamente collegati. Anche se il razzismo aperto, in particolare l’antisemitismo, non era cruciale nella conquista del consenso, né d’elite né di massa, né ín Italia, né in Germania, i due casi paradigmatici.“

(Fonte: „Fascism and Racism“, un saggio diRoger Eatwell. La pubblicazione del testo inglese che qui abbiamo in buona parte, e liberamente, tradotto ad hoc, è annunciata per il 2013 in: The Oxford Handbook of Nationalism, ed. John Breuilly, Oxford University Press; la versione qui da noi tradotta in italiano è già presente in inglese sul sito dell’Università di Bath al seguente indirizzo: http://people.bath.ac.uk/mlsr/FascismandRacism.htm)

Encyclopedia Britannica non perdona: paragona

Le caratteristiche comuni ai diversi tipi di fascismo, e pure le differenze, sono trattate con molta più attenzione dall‘Encyclopedia Britannica che non dall’Enciclopedia Treccani e dalla Brockhaus Enzyklopädie:

Mentre la Treccani ed il Brockhaus sembrano rinunciare quasi del tutto all’approccio comparativo, la Britannica lo approfondisce: sotto la voce „fascism“ ed il sottotitolo „common characteristics of fascist movements“ la BE individua tante idee e caratteristiche comuni ai vari tipi di fascismo (italiano, tedesco, rumeno, ungherese, giapponese, sudamericano, sudafricano ecc.) a partire dal:

nazionalismo estremo di stampo militarista, disprezzo per le democrazia elettive ed il liberalismo politico e culturale, l‘ idea che esista una naturale gerarchia sociale e d‘elite, l’ambizione di creare una compatta comunità nazionale nella quale gli interessi individuali siano subordinati al bene comune, rappresentato e tutelato da uno Stato autoritario.

Vale la pena enumerare le seguenti parole-chiave alle quali l‘Encyclopedia Britannica dedica altrettanti paragrafi nella sua analisi di quelle che secondo lei sono le caratteristiche comuni dei vari movimenti fascisti:

* opposizione al marxismo

* opposizione alla democrazia parlamentare

* opposizione al liberalismo politico e culturale

* ambizioni totalitarie

* programmi economici conservatori

* corporativismo

* interclassismo

* imperialismo

* valori militari

* idea di una compatta comunità nazionalpopolare („Volksgemeinschaft„)

* mobilizzazione di massa,

* leaderismo, („leadership priciple„)

* idea dell’uomo nuovo

* glorificazione della gioventù

* idea di educare e forgiare il carattere

* decadenza e spiritualità

* violenza

* nazionalismo estremo

* ricerca di un capro espiatorio(„scapegoating„)

* populismo

* immagine rivoluzionaria

* antiurbanismo

* maschilismo e misoginia

Si nota che il razzismo l’antisemitismo NON figurano in questo elenco, stilato dall‘Encyclopedia Britannica (nella corrente edizione online di quest’estate 2012), delle caratteristiche comuni più importanti del fascismo italiano e del nazismo tedesco. Non è un particolare di poco conto. Riguarda l’Olocausto.

Questa è un‘ osservazione non solo doverosa ma essenziale.

Essa non ci esime comunque dal notare quanto sia lunghissima la lista dei fattori in comune a quelle due dittature ultranazionaliste fallite così miseramente – e quanto la vigilanza e la prevenzione di simili megalomanie politiche e culti della violenza siano attuale anche nel Ventunesimo Secolo, in tanti paesi – non ultimi i nostri.

(Fonte: http://www.britannica.com/EBchecked/topic/202210/fascism/219363/Common-characteristics-of-fascist-movements)